Riutilizzo degli scarti di produzione: da costo a materia prima

Scarto, sottoprodotto o rifiuto? Cosa dice la normativa, come un'azienda può riutilizzare i propri scarti di produzione e trasformarli in nuovi prodotti.

Riutilizzo degli scarti di produzione: da costo a materia prima
  by Giulio Eugeni

Ogni azienda che produce qualcosa produce anche scarti: ritagli, trucioli, segatura, residui di lavorazione, imballaggi di ritorno. Nel 2024 il sistema produttivo italiano ha generato oltre 172 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, secondo l'ultimo rapporto dell'ISPRA, l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.

Per molte imprese quegli scarti sono solo un costo di smaltimento. Possono invece diventare materia prima: per la stessa azienda, per un'altra filiera o per un prodotto nuovo. Riutilizzare gli scarti di produzione riduce il bisogno di materie prime vergini e, se fatto nel rispetto delle regole, può alleggerire anche i costi.

In questo articolo vediamo cosa cambia tra usare materie prime e usare scarti, quando uno scarto è un rifiuto e quando un sottoprodotto, quali strade ha un'azienda per riutilizzarlo e come può diventare un oggetto in micelio.

Materie prime o scarti: cosa cambia per un'azienda

Una materia prima vergine va estratta, coltivata o prodotta apposta. Anche quando è rinnovabile, ha tempi e limiti propri. Il sughero è un buon esempio: si ricava dalla corteccia della quercia da sughero senza abbattere l'albero, ma la prima decortica arriva dopo circa 25 anni e le successive ogni 9 o 10 anni. In Sardegna una legge regionale vieta di estrarre sughero con meno di 10 anni di crescita. Una risorsa rinnovabile, quindi, ma con una disponibilità che non si può accelerare.

Uno scarto di produzione, invece, esiste già. È stato generato da un processo che avviene comunque, ha già consumato energia e risorse, e si rinnova a ogni ciclo produttivo. Usarlo come materia prima ha tre effetti: riduce la domanda di materie vergini, riduce la quantità da smaltire e trasforma un costo in un valore.

Non è però un vantaggio automatico. Raccogliere, trasportare e lavorare uno scarto consuma a sua volta energia, e in alcuni casi lo scarto è disperso, sporco o variabile da un lotto all'altro. Per sapere se il riutilizzo conviene davvero, all'ambiente e ai conti, servono dati: quantità, qualità, distanza, processo. È lo stesso principio dell'economia circolare: tenere i materiali in uso il più a lungo possibile, ma con scelte misurabili.

Scarto, sottoprodotto o rifiuto: cosa dice la normativa

Prima di riutilizzare uno scarto bisogna capire che cos'è per la legge, perché da questo dipende cosa si può fare. In Italia le regole sono nel Testo unico ambientale, il D.Lgs. 152/2006.

Un residuo di produzione è un sottoprodotto, e non un rifiuto, quando rispetta tutte e quattro le condizioni dell'articolo 184-bis:

  • nasce da un processo di produzione di cui è parte integrante, e quel processo non ha come scopo principale produrlo;
  • è certo che sarà utilizzato, nello stesso processo o in un altro, dal produttore o da terzi;
  • può essere usato direttamente, senza trattamenti diversi dalla normale pratica industriale;
  • il suo utilizzo è legale, cioè rispetta i requisiti di prodotto, salute e ambiente e non ha impatti negativi complessivi.

Basta che una condizione manchi perché il residuo resti un rifiuto, da gestire con tutti gli obblighi previsti. Un rifiuto può comunque tornare a essere una risorsa: dopo un'operazione di recupero autorizzata, se rispetta i criteri dell'articolo 184-ter, cessa di essere rifiuto. È quello che in gergo si chiama end of waste.

Il decreto ministeriale 264 del 2016 aiuta a dimostrare le condizioni. Un esempio: contratti a lungo termine tra chi produce il residuo e chi lo usa possono provare la certezza del riutilizzo. Il decreto prevede anche un elenco di produttori e utilizzatori di sottoprodotti presso le Camere di commercio, ma la qualifica di sottoprodotto non dipende dall'iscrizione: va dimostrata nei fatti.

La terza condizione, la normale pratica industriale, è quella più discussa, e la giurisprudenza non è sempre univoca. Per questo, prima di avviare un progetto di riutilizzo, conviene far valutare il caso concreto da un consulente ambientale.

Come riutilizzare gli scarti di produzione

Il punto di partenza è sempre lo stesso: sapere quali scarti si producono, in che quantità, con quale regolarità e con quali caratteristiche. Senza questa mappa nessuna delle strade che seguono è praticabile. Poi le possibilità sono tre.

Riutilizzarli all'interno dell'azienda

La strada più semplice è rimettere lo scarto nello stesso ciclo produttivo, o in un altro processo della stessa azienda. Gli sfridi di una lavorazione possono diventare materia prima per un prodotto più piccolo, i ritagli di un materiale possono tornare in miscela.

Cederli a un'altra filiera: la simbiosi industriale

Quando lo scarto non serve all'azienda che lo produce, può servire a un'altra. L'ENEA, l'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile, definisce la simbiosi industriale come una strategia con cui due o più industrie diverse condividono risorse, in modo che i sottoprodotti di una diventino risorsa per l'altra. Oltre ai materiali si possono condividere energia, acqua, servizi e competenze.

L'ENEA ha creato la prima piattaforma italiana per far incontrare domanda e offerta di risorse, Symbiosis, e promuove la rete SUN. Secondo la stessa agenzia, i vantaggi per le imprese vanno dalla riduzione dei costi di smaltimento ai ricavi ottenuti cedendo gli scarti a terzi. Le piccole imprese però restano indietro: un piano d'azione della Commissione europea del 2014 stimava che vendesse i propri scarti a un'altra impresa il 44% delle grandi aziende e solo il 24% delle PMI.

Anche qui la normativa conta. Come ricorda l'ENEA, uno scambio tra imprese può ricadere nella disciplina dei rifiuti oppure in quella dei sottoprodotti, con conseguenze molto diverse.

Trasformarli in nuovi materiali

La terza strada è la più creativa: usare lo scarto come materia prima di un materiale nuovo, con un valore più alto di quello di partenza. È quello che si chiama upcycling. Rientrano qui le carte prodotte con residui agroindustriali, i tessuti ricavati dagli scarti degli agrumi e i materiali che crescono sugli scarti vegetali grazie al micelio, attraverso la biofabbricazione.

Dai tuoi scarti a un prodotto in micelio

Il micelio è la rete di filamenti che forma il corpo dei funghi. In natura cresce sulla materia vegetale e la scompone; in produzione si può far crescere su scarti vegetali dentro uno stampo, dove lega le particelle tra loro fino a formare un materiale solido. Abbiamo spiegato come funziona nell'articolo che funzione ha il micelio.

L-ife lavora con scarti di paglia e di legno. Lo stesso processo può partire anche dagli scarti di un'azienda cliente: dai residui della sua produzione possono crescere il packaging dei suoi prodotti, gli espositori per i punti vendita o i pannelli di uno stand fieristico. Il risultato è un oggetto che racconta la filiera dell'azienda con il materiale stesso.

Non tutti gli scarti sono adatti. Il micelio cresce su residui di origine vegetale, ricchi di fibre come cellulosa e lignina, e ogni scarto va provato: composizione, umidità, dimensione delle particelle e costanza da un lotto all'altro influiscono sulla crescita e sulle proprietà del materiale finale.

Se vuoi capire se i tuoi scarti possono diventare un prodotto in micelio, scrivici: lo valutiamo insieme.

Domande frequenti sugli scarti di produzione

Cosa sono gli scarti di produzione?

Sono i residui che un'attività produttiva genera mentre fabbrica il suo prodotto principale: ritagli, sfridi, trucioli, segatura, residui di lavorazione agricola o alimentare. Per la legge possono essere rifiuti oppure sottoprodotti, a seconda che rispettino o meno le condizioni dell'articolo 184-bis del D.Lgs. 152/2006.

Che differenza c'è tra sottoprodotto e rifiuto?

Un sottoprodotto è un residuo di produzione che rispetta tutte e quattro le condizioni dell'articolo 184-bis del Testo unico ambientale e quindi non è un rifiuto: può essere ceduto e riutilizzato come materia. Un rifiuto, secondo l'articolo 183 dello stesso testo, è qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfa o ha l'intenzione o l'obbligo di disfarsi, e va gestito secondo le regole sui rifiuti, compresi trasporto e trattamento autorizzati.

Quali condizioni deve rispettare un sottoprodotto?

Quattro, tutte insieme: nasce da un processo produttivo che non ha come scopo principale produrlo; il suo riutilizzo è certo; può essere usato direttamente, senza trattamenti diversi dalla normale pratica industriale; il suo utilizzo è legale e non ha impatti negativi complessivi su ambiente e salute. Il decreto ministeriale 264 del 2016 indica come dimostrarle.

Cosa significa end of waste?

È la cessazione della qualifica di rifiuto, prevista dall'articolo 184-ter del D.Lgs. 152/2006. Un rifiuto smette di essere tale dopo un'operazione di recupero, se rispetta criteri specifici, e torna a essere un prodotto o una materia prima secondaria.

Cos'è la simbiosi industriale?

È una strategia in cui imprese di settori diversi condividono risorse, in modo che gli scarti di una diventino materia prima per un'altra. Oltre ai materiali si possono condividere energia, acqua e servizi. In Italia l'ENEA gestisce la piattaforma Symbiosis, che mette in contatto domanda e offerta di risorse tra aziende.

Quanti rifiuti speciali si producono in Italia?

Secondo il Rapporto Rifiuti Speciali 2026 dell'ISPRA, nel 2024 il sistema produttivo italiano ha generato oltre 172 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, in aumento rispetto ai circa 164,5 milioni del 2023.

Quali scarti si possono trasformare con il micelio?

Il micelio cresce su residui di origine vegetale ricchi di fibre, come paglia, segatura e trucioli di legno. Ogni scarto va comunque provato, perché composizione, umidità e dimensione delle particelle influiscono sulla crescita e sulle proprietà del materiale finale.